A Napoli il caffè è un’icona. Insieme alla pizza, ai maccheroni e al babà, il caffè è il simbolo di Napoli nel mondo. E come gli altri must citati, è uno dei suoi picchi d’eccellenza: qui il caffè è innegabilmente molto più buono che da qualsiasi altra parte. Il segreto della bontà del caffè napoletano è molto napoletano: nel senso che è furbo. Tutti credono di conoscerlo: è l’acqua! E invece no.

La leggendaria “acqua del Serino” non sgorga più dai rubinetti delle rete idrica partenopea da moltissimi anni: e anche se lo facesse ancora, la risposta sarebbe la stessa: acqua. Cioè: continuate a cercare. Perché il segreto del caffè napoletano esiste, ma non è quello. A Napoli circola una vecchia storia, che i monaci Zen hanno rubato: “se il saggio [purchè sia un saggio napoletano] indica la tazzina di caffè che ha preparato, lo sciocco guarda il caffè”. Invece dovrebbe guardare il dito, e poi risalire dal dito al braccio, e da questo al napoletano che lo ha appena fatto; con arte. Perché è proprio lui: il napoletano, il segreto del successo del caffè omonimo. A Napoli, il dito si dice ” ‘o rito”. Ed è questo, a Napoli, il caffè: un rito antropologico. Una liturgia sociale. In molte parti del mondo il caffè è invece un’ “addiction”; una droga. Una bevanda gradevole da ingollare da soli, velocemente, prendendolo magari alla distributrice automatica dell’ufficio, con due obbiettivi: fare giusto un momento di pausa, e ricevere una dose di caffeina che consenta di tornare al lavoro più carichi ed efficienti.
A Napoli no. A Napoli, il caffè è tutta un’altra cosa; è un induttore di socialità. E’ il pretesto per fare due chiacchiere, per scambiarsi qualcosa; un “fattariello”, una confidenza, una battuta. Questa socialità poi si trasforma in antistress. A Napoli il caffè è un modo per ricordarsi che i piaceri della vita vanno condivisi: perché quando sono divisi-con qualcun altro, si moltiplicano. La parola -chiave del caffenapoletano (tuttunaparola) è proprio questa: “socialità”. Se non pensassimo a lei; se ci limitassimo a considerare solo la funzione “risvegliante” e nervina del caffè, non potremmo mai capire perché il napoletano lo tenga in tanta considerazione: vi pare sensato che il popolo napoletano, notoriamente uno dei popoli più svegli del mondo, abbia bisogno della caffeina per tenere gli occhi aperti? Si potrebbe obbiettare che a Napoli d’estate fa molto caldo, e che il caffè pomeridiano serve ad emergere dal torpore della pennichella che si fa nella “controra”: ma perché mai dovrebbe svegliarsi a tutti i costi, il napoletano, alle tre del pomeriggio di un giorno di luglio? Certo non per andare al lavoro: che qui non c’è, e ad onor del vero non c’è mai stato.

Il napoletano ama dunque il caffè perchè accompagna la sua socialità. Non la promuove, come fanno in America (e nel mondo) i famosi Starbucks: quei locali che servono solo caffè, in un’atmosfera soft, rilassante. Gli Starbucks offrono la possibilità e lo spazio per stare insieme: e che cosa fanno di diverso i napoletani che si incontrano in fila alle poste, per la strada, nelle piazze e nei vicoli? Napoli è uno Starbucks a cielo aperto, e il napoletano lo sa. L’amore per i contatti umani diventa amore per caffè, che tanto spesso vi si associa.

Ecco la spiegazione del segreto del caffè napoletano: a Napoli il caffè non è amato perché è buono; è buono perché è amato.

Da tutti: da chi se lo va a prendere, e da chi lo fa: il barista (napoletano come il caffè). Il barista napoletano è la rappresentazione vivente dell’importanza del fattore umano anche in quelle attività che si considerano -erroneamente – ormai automatizzate. Si dice: le macchine per fare il caffè nei bar sono ormai standard: non c’è che da tirare due leve, e il gioco è fatto. OK: se fosse così, tutti i bar farebbero lo stesso caffè. E invece no: ogni napoletano possiede una mappa mentale aggiornatissima dei posti dove si fa un buon caffè, e di quelli dove invece è una “ciofeca”. Lo stesso discorso vale per il caffè fatto in casa. Se avete la sfortuna di non essere napoletani, e la fortuna di conoscerne uno, provate a fare quest’esperimento: invitatelo a casa vostra, e chiedetegli di prepararvi il caffè. Usando la vostra macchinetta, la vostra miscela, e l’acqua del vostro rubinetto. Ebbene: certamente sarà migliore di quello che fate voi con l’identica attrezzatura. A cosa si deve la differenza? Ormai la risposta dovreste avercela: all’amore. Un amore che attiva l’attenzione, e la cura dei particolari. E che, ovviamente, nel tempo è diventato una tecnica, che si tramanda nelle famiglie. Una tecnica che si serve di tutta una serie di accorgimenti e di trucchi. Alcuni di questi riguardano la manutenzione e la gestione della macchinetta. A proposito di macchinette, è ora di smantellare un altro luogo comune, secondo il quale il segreto del caffenapoletano sta nella “caffettiera “napoletana”: quella particolare macchinetta che va rovesciata, e che è stata portata alla notorietà da Eduardo nella famosa scena del balcone in “Questi fantasmi”.

La caffettiera napoletana merita un discorso a parte, ed ha oggi due nemici: il primo, che la sta portando all’estinzione, è il tempo: perché il caffè “scenda” ci vogliono alcuni minuti, e la gente ormai non sa, e non vuole aspettare. Il secondo nemico della “napoletana” è più subdolo, e dipende dalle miscele che si usano oggi: essendo la polvere di caffè più sottile di quella di una volta, nel caffè finisce per passare un’eccessiva quantità di caffeina.

Testo tratto da: http://www.caffenapoletano.it/ Sito Ufficiale del Caffè Napoletano dal 1999